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Primo piano della testa calva di un paziente maschio in bianco e nero

Test ed esami per valutare la calvizie

I test e gli esami empirici per valutare il grado della tua calvizie

I disagi legati alla calvizie accomunano un elevato numero di individui, ma spesso è difficile stimarne autonomamente l’entità. Esistono però una serie di esami e di test, da effettuare presso l’ambulatorio di uno specialista o addirittura in casa propria, che possono già essere sufficienti a delimitare la gravità del problema e a prefigurarne gli eventuali sviluppi. Vediamo di quali si tratta.

Osservare la qualità dei propri capelli

Individuare correttamente la presenza di patologie che interessano i capelli è il punto di partenza di qualsiasi terapia. A un primo livello, le tecniche diagnostiche a disposizione degli specialisti sono estremamente semplici, non invasive e non richiedono strumentazioni troppo complesse, basandosi anzi spesso sull’osservazione empirica. Ed è proprio il paziente a poter per primo esaminare lo stato di salute dei suoi capelli, grazie al cosiddetto conteggio giornaliero; per due settimane (ovviamente col puntuale sostegno del medico) il paziente dovrà raccogliere tutti i capelli persi al mattino, riferendo inoltre la frequenza dei lavaggi. Con questa tecnica si può facilmente individuare il range medio di caduta giornaliera e desumere da questo se la propria situazione rientra nella normalità. Un altro esame empirico è quello noto come wash test: il paziente dovrà raccogliere i capelli persi in seguito a un lavaggio; valori superiori ai 250-300 capelli caduti possono far pensare all’insorgere di un problema di calvizie.

Esami non invasivi da effettuare in ambulatorio

Sono molti i test che un dermatologo può effettuare sui capelli di un paziente senza dover ricorrere a tecniche invasive; si tratta di procedure comuni che servono ad avere un primo insieme di dati sulla qualità dei capelli e sulla possibile presenza di patologie. Il medico può ricorrere al test di sfregamento per valutare anzitutto la fragilità del fusto pilifero, oppure al ben noto pull test, che consiste letteralmente nell’afferrare una ciocca di capelli e tirarla per osservare quanti se ne strappano e avere una prima stima dell’entità di un problema di caduta. Ulteriori esami vanno a ricercare dati sulla qualità e sulla salute sia del fusto sia dei bulbi: con il test del cartonfeltro si possono individuare i capelli più sottili e corti, possibile segnale di una pronunciata fase telogen; con l’esame della scriminatura si possono raccogliere e monitorare dati sulla resistenza dei bulbi e sull’ampiezza delle aree diradate del cuoio capelluto, eventuali sintomi di una qualche forma di alopecia.

Tecniche semi-invasive per analizzare la salute dei capelli

Senza addentrarsi troppo in tematiche specifiche (che meriterebbero maggiore approfondimento), passiamo in rassegna alcuni metodi diagnostici che non presuppongono grande disagio per il paziente e che possono essere effettuati anche nello studio del dermatologo. Tra le tecniche più diffuse c’è il tricogramma, che consiste nel prelevare tre ciocche di capelli da altrettante regioni del cuoio capelluto e poi osservarle al microscopio per effettuare una conta dei bulbi in fase anagen – che in una situazione normale devono essere circa l’80-85% – e quelli in fase telogen. Un’alternativa è il fototricogramma in cui, anziché estrarre ciocche di capelli, si eseguono scansioni fotografiche dei bulbi entro determinati intervalli di tempo per analizzarne l’evoluzione. Un terzo esame dalla bassa invasività è quello che misura la ricrescita del capello: un piccolo riquadro di capelli viene rasato e vi viene applicata una medicazione da rimuovere una settimana più tardi. Il medico potrà così stimare le caratteristiche del fusto e individuare se la ricrescita sia regolare o meno.

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